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Giorgia Meloni vola a Parigi: Giovedì al vertice con Macron e Starmer. La real politik del premier mette da parte le tensioni nel centrodestra. L’obiettivo resta quello di rafforzare la sua leadership in Europa
Ci sono le tensioni dentro il governo, ma c’è prima di tutto la real politik. Giorgia Meloni studia i dossier più delicati in vista di giovedì, giorno in cui la coalizione dei “volenterosi” si rivedrà un’altra volta a Parigi. La presidente del Consiglio ha recitato fin qui la parte dell’equilibrista tra l’America di Trump e l’Europa di Von der Leyen.
Forse però adesso è arrivato il momento di scegliere da quale parte stare: se indossare la maglia dell’Europa o il cappellino di Trump. Di sicuro Giorgia Meloni ha apprezzato l’apertura di Macron all’idea italiana di coinvolgere le Nazioni Unite e dunque di inviare truppe solo con un voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu «quando ci sarà la pace, o almeno una tregua solida».
L’inquilina di Palazzo Chigi, va da sé, resta contraria all’idea di mandare soldati italiani al fronte e a Parigi confermerà la sua decisione.
«Non seguiremo quello che ci diranno Macron e Starmer», è il refrain dei fedelissimi della premier che in fondo seguono di sposare questa linea anche per stemperare gli animi leghisti. Dopodiché Meloni è consapevole che l’Italia in Europa possa rivestire un ruolo centrale.
La sua leadership è riconosciuta, a oggi sembra essere quella più solida all’interno della Ue: Macron svetta in politica estera ma internamente ha i suoi problemi, Merz lavora alla costruzione di una coalizione con i socialisti ma si sta già muovendo per primeggiare, e Starmer anche se è azionista di primo piano nella coalizione dei volenterosi non fa più parte dell’Europa. Rafforzare la leadership in Europa le consentirebbe di portare in dote un peso specifico superiore quando volerà negli Stati Uniti per incontrare Donald Trump sul dossier più delicato, i dazi, che preoccupa l’imprenditoria italiana.
Tutto questo si inserisce in un contesto interno in cui nel corso del tutto il weekend il braccio di ferro tra Lega e Forza Italia ha superato qualsiasi livello di guardia. Il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, è stato attaccato dal sottosegretario leghista Claudio Durigon: «È in difficoltà, si faccia aiutare da noi con gli Usa».
Ieri è stato però il giorno delle colombe.
«I rapporti con il collega Tajani sono eccezionali. Con tutti i colleghi in questi due anni e mezzo non ci sono mai state occasioni di scontro su cose che impattano sulla vita dei cittadini cioè quello che esce dal Consiglio dei Ministri che esce dal Parlamento sono le scelte delle forze politiche, ma da noi le cose sono abbastanza semplici, creano valori di riferimento comune» ha scolpito il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.
Per alcuni istanti tra sabato e domenica è parso si potesse arrivare a una crisi di governo. Troppo distanti le posizioni tra Lega e Forza Italia.
Una divaricazione che ha avuto il suo climax sul sostegno all’Ucraina, il cosiddetto progetto del ReArm, il posizionamento in Europa, il rapporto con gli States. Uno scambio di accuse che in altri tempi avrebbe forse portato a una verifica interna.
«Certamente non ci saranno crisi di governo – assicura il capogruppo della Lega a Montecitorio, Riccardo Molinari – Gli elettori vogliono un governo di centrodestra che sta governando bene e non perdonerebbero a nessuno di mettere in crisi questa formazione, anche perché le alternative sarebbero da fare accapponare la pelle. Ci sta che i vari partiti avendo, soprattutto sul tema europeo un posizionamento diverso, possano a volte avere qualche scaramuccia».
E ancora sempre, Molinari: «La Lega non ha sostenuto Ursula von der Leyen – ha continuato Molinari – la Lega fa parte di una coalizione in Europa che ha sempre contestato le politiche di questa Commissione, anche sull’ultimo piano di riarmo. Il partito di Tajani è un partito invece che fa parte di quella maggioranza, quindi posso capire magari il suo disagio, sono posizionamenti diversi, noti già da quando ci siamo messi insieme per fare il governo».
Dall’altra il ministro della Difesa Guido Crosetto è in versione pompiere a 24mattino su Radio24: «Sono segnali normali, ognuno lancia messaggi al proprio elettorato, ma non vedo sfaldamenti particolari in maggioranza. La strada in politica estera è dritta e non consente particolari deviazioni».
In scia con Crosetto, il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi: «Nonostante quello che possono immaginare le opposizioni il governo è molto solido e unito. Ci sono sensibilità diverse nella maggioranza, la mia è sicuramente diversa da quella di Salvini».
Fisiologico che la ferita sia rimasta ancora aperta e che ci vorrà forse un vertice a tre, tra i leader della maggioranza, per rimarginarla. Non a caso Giorgio Mulè, altissimo dirigente di Forza Italia e vicepresidente della Camera, tiene il punto partecipando alla trasmissione Tagadà su La7: «Matteo Salvini non è né il ministro ombra né fa ombra al ministro degli Esteri – fa sapere l’esponente degli azzurri – Il ministro degli Esteri brilla di luce propria all’interno di un governo che ha delle responsabilità ben delineate e, al di là del presidente del Consiglio, chi mette in pratica la politica estera di un Paese è il titolare della Farnesina. Salvini esprime legittimamente le sue opinioni e può incontrare chi vuole ma ciò non mette in difficoltà né Antonio Tajani né il governo».
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