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Giorgia Meloni

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LA PREMIER Giorgia Meloni senza pace: è al lavoro a palazzo Chigi: in mattinata l’incontro con il neo eletto Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa («che lei non ha votato ma la prima visita è a Roma» si sottolinea da palazzo Chigi), nel pomeriggio la cabina di regia del Pnrr («siamo i primi in Europa» a incassare i soldi ma gli ultimi a spenderli) e il Consiglio dei ministri. Non incontra i giornalisti, manda istruzioni tramite i suoi Colonnelli, sogna la politica estera, la comfort zone della sua leadership: nel fine settimana sarà in Cina per vedere cosa combinare con Xi, specie nei rapporti con Mosca guardando a Kiev. Una visita importante e delicata. Ma adesso, quasi un contrappasso, è proprio la politica estera che rende plastica la solitudine e le difficoltà di Giorgia Meloni.

TRUMP DIVISIVO

Le presidenziali americane entrano a gamba tesa, mettono a nudo le differenze e misurano le distanze fra i tre soci di maggioranza. Il duello tra Antonio Tajani e Matteo Salvini – dopo la spaccatura su von der Leyen – preoccupa Meloni che teme incidenti e imboscate in aula, complice il traffico di provvedimenti, decreti e disegni di legge, che terranno aperto il Parlamento fino al 9 agosto. L’atteso chiarimento, necessario già dopo il voto per le Europee, non c’è mai stato. Il Consiglio dei ministri di ieri pomeriggio non ha portato soluzioni, anzi: il rinvio del decreto Concorrenza, milestone del Pnrr, è la spia di antichi problemi mai risolti. Giorgia Meloni, che a metà giugno riceveva i leader del mondo convinta di essere l’unica vincitrice e quella con le chiavi del potere in mano, si ritrova invece più sola, più isolata e con pochissime armi a disposizione. Il ritiro di Biden dalla corsa per la Casa Bianca non è una sorpresa. Lo è molto di più, invece, l’ipotesi del governo italiano di «lavorare con ciascun inquilino della Casa Bianca, chiunque esso sia». Anche Trump, che annuncia il disimpegno in Ucraina, dalla Nato e dice «Europa arrangiati». tutto il contrario della linea seguita dal governo in questi anni.

LA MELONI E SALVINI-TAJANI MAI IN PACE

È chiaro che «con la Casa Bianca si deve sempre poter lavorare perché l’alleanza con gli Stati Uniti non può essere in discussione». Ma è altrettanto chiaro che è un enorme problema avere come interlocutore un mentitore seriale come Trump, che non ha mai accettato il verdetto delle urne nel 2020, tanto da spingere i sui fan all’assalto a Capitol Hill. Il guastatore Salvini ha fatto la sua scelta da tempo, è un fedelissimo di Trump e non lo ha mai negato. Ieri Tajani ha corretto il tiro: «L’Europa saprà fare da sola, anche senza Washington». La premier, visto l’andazzo, aveva cercato di giocare d’anticipo votando contro “l’amica” Ursula e, soprattutto, contro il suo appello a un voto «pro Europa, pro Ucraina e pro diritti». Di più: nella prima riunione del Parlamento europeo ha dato disposizioni perché Fratelli d’Italia votasse anche contro l’invio di armi in Ucraina finché sarà necessario. Dopodiché Ursula ha avuto 401 voti, 40 in più del necessario e i 24 voti dei Fratelli sono risultati irrilevanti. È sottile il ghiaccio su cui galleggiano gli equilibri di politica interna. Preoccupano le aule parlamentari, che hanno in agenda la conversione di numerosi decreti entro il 9 agosto, tutti passaggi in cui è necessario che i numeri restino solidi.

MELONI E UN’EUROPA TRA GUERRA E PACE

Meloni ufficialmente non parla di guerre e pace. Domenica ha mandato avanti Raffaele Speranzon, vicecapogruppo di FdI al Senato. «Abbiamo un calendario d’aula fittissimo e riforme da portare avanti. Se riscontrassimo una direzione diversa da questa, porremmo una questione politica nella coalizione». Una minaccia o una previsione concreta? Tutto dipenderà dall’andamento dei lavori. Per ora l’invito è a «mettere da parte le bandierine di partito nell’interesse degli italiani». I provvedimenti più a rischio sono il codice della strada, cavallo di battaglia di Salvini che lo vorrebbe legge entro la fine di luglio. È uno dei pochi disegni di legge, ma Forza Italia ha presentato ben 50 emendamenti. Preoccupa la dozzina di emendamenti che sempre Forza Italia ha presentato al decreto carceri per ottenere la semilibertà per 6-7 mila detenuti giunti a fine pena. Per non parlare del disegno di legge sulla sicurezza: sempre Forza Italia è contraria al carcere per le mamme con figli piccoli; la Lega tiene in piedi la discussa proposta per la castrazione chimica. Ancora da chiarire se la norma per il Salva Milano, uscita dal dl Casa per disaccordi in maggioranza, entrerà nel decreto Infrastrutture.

Non c’è pace per Giorgia Meloni nemmeno a livello europeo. Ieri Tajani – dopo il botta e risposta con Salvini nel fine settimana «tu hai votato con i comunisti», «tu hai votato con i Verdi per il Green deal» – era a Bruxelles per un vertice informale dei ministri degli Esteri. Ha spezzato una lancia a favore di Orban («il prossimo vertice sarà in Ungheria») nonostante le pericolose fughe in avanti del presidente ungherese che guida il semestre di presidenza. Prova a tenere buono l’asse filotrumpista e filoputiniano, che in Italia ha Salvini come massimo rappresentante. Ma neppure un mediatore-incassatore nato come Tajani può fare miracoli. Specie se la premier ripara a destra anziché al centro come ha fatto nel voto su von der Leyen.

IL NODO COMMISSARIO UE

Dunque il gioco delle bandierine continua, nonostante gli ultimatum. Sul Commissario italiano ha fatto capire che tutto sommato «anche Elisabetta Bellini ha un curriculum di tutto rispetto». E se lo dice un ministro degli Esteri, non è un gesto di cortesia. Tempo un paio d’ore e Fitto è stato spedito a fare una conferenza stampa sull’approvazione della Relazione semestrale sul Pnrr. Giusto per ribadire le competenze e la sua consuetudine con Bruxelles e la Commissione. Insomma, non ci sarà pace per Giorgia Meloni da qui fino all’autunno. Usa, Europa, Ucraina ma soprattutto dossier economici. Entro Ferragosto von der Leyen deciderà la squadra. La premier ha bisogno di un Commissario forte, con deleghe importanti ed economiche, che ci assista nel rinvio dei tempi di consegna del Pnrr e nella ricerca di risorse (tra i 20 e i 25 miliardi) per fare la legge di bilancio pur rispettando le nuove regole del Patto di stabilità. Non è detto che Ursula e il Parlamento Ue che ratificherà i commissari ci facciano questo favore.


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