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Intervista al segretario generale dell’Anm (Associazione nazionale magistrati) Rocco Gustavo Maruotti in vista dello sciopero contro la riforma Nordio e il ruolo dei pm


SI avvicina la data calda del 27 febbraio in cui l’ANM ha dichiarato lo sciopero contro la riforma Nordio. Modalità e connotazione politica dell’iniziativa stanno suscitando polemiche, che trovano nello stesso schieramento dei magistrati una diversità di idee e toni tra la corrente più dialogante di Magistratura Indipendente, del presidente Cesare Parodi e quella più intransigente di Area, del Segretario Generale Rocco Gustavo Maruotti.

Rocco Maruotti, la magistratura il 27 scende in piazza contro la riforma delle carriere, nonostante il governo abbia convocato i suoi vertici per un confronto sulla riforma. Perché non attendere prima l’esito dell’incontro?

«Lo sciopero è stato deciso nell’assemblea nazionale dell’ANM del 15 dicembre. Il governo ha avuto tutto il tempo per convocarci prima del 27 febbraio, ma non l’ha fatto. Avremmo potuto in quella occasione valutare se vi fossero elementi per revocare l’agitazione, ma questo non è avvenuto. Alcuni esponenti delle forze politiche di maggioranza hanno anche dichiarato che incontrare l’ANM sarebbe stato inutile e addirittura dannoso. Quindi non vi sono ragioni per revocare lo sciopero».

In un’intervista al Corriere della Sera lei aveva esplicitamente parlato di inutilità dell’incontro, appena due giorni dopo che lo stesso incontro era stato richiesto dal presidente dell’ANM Parodi. Non è un modo per apparire divisi?

«Il concetto dell’inutilità dell’incontro emergeva dal titolo, ma nell’intervista spiegavo in realtà come si sarebbe trattato di un confronto utile, per ribadire al governo le ragioni della nostra contrarietà alla riforma e spiegare che non siamo nemici della nazione, come invece siamo stati definiti e che non avversiamo le politiche governative. Applichiamo la legge. L’attuale giunta è espressione di tutte le sensibilità, che nell’ANM trovano una sintesi. A mio giudizio, questo ci rende un interlocutore forte e credibile».

Però converrà che le forme di questa protesta hanno una connotazione tipicamente politica, almeno così vengono percepite. Un’assemblea pubblica in un cinema, il volantinaggio e il coinvolgimento dei cittadini. Non temete di assecondare le critiche di chi vi vede come una forza di opposizione, anche alla luce di un calo di credibilità che i sondaggi denunciano?

«Il 27 invece di limitarci ad un’astensione dal lavoro abbiamo deciso di incontrare la cittadinanza per spiegare le nostre ragioni, e di farlo fuori dai palazzi di giustizia. Riguardo alle critiche di opposizione parziale, ricordo che i magistrati italiani hanno scioperato anche contro governi di colore diverso in passato: si fa opposizione politica in ogni direzione».

Tra le particolarità della protesta c’è la richiesta via mail ai magistrati di comunicare in anticipo la loro adesione allo sciopero. Non le sembra un picchetto telematico che tra l’altro potenzialmente viola il diritto alla privacy?

«Ho sentito addirittura parlare di schedatura. È invece una comunicazione del tutto facoltativa che utilizziamo solo a scopo statistico. a differenza invece di quella che va fatta al proprio ufficio di appartenenza, necessaria per aderire allo sciopero. È solo uno strumento che serve a noi per raccogliere il dato numerico dei partecipanti nel rispetto della privacy, quindi senza diffusione dei nomi di chi ha aderito».

Veniamo al merito della riforma. Dottor Maruotti il punto che criticate di più è il rischio che il PM sia sottoposto al potere dell’esecutivo. È stato lo stesso presidente dell’Anm, appena eletto, ad escluderlo, salvo poi ricevere le critiche da parte di alcune correnti della magistratura associata. Insomma, come stanno le cose a suo avviso?

«L’ANM ha espresso la sua contrarietà a una riforma che costituisce il primo passo verso un assoggettamento del potere giudiziario al potere esecutivo. È un punto di vista adottato all’unanimità all’assemblea nazionale di dicembre e all’ultima riunione del Comitato Direttivo Centrale della presidenza Santalucia».

Ma il divieto costituzionale dell’art 104 che sancisce l’indipendenza da qualunque altro potere non è una sufficiente garanzia?

«Il fatto che nel testo attuale non ci sia una modifica espressa della prima parte dell’articolo 104 non ci pone a riparo dal rischio concreto di una incisione dello statuto di autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario. A nostro giudizio, quindi, il rischio di un asservimento del Pubblico Ministero al potere esecutivo è più che concreto. Persino Marcello Pera, certamente non un oppositore di questo governo, ha sottolineato come in tutti i sistemi in cui il PM sia separato dal giudice esista una forma di controllo politico sul suo operato. La minore indipendenza del PM significa anche un’indiretta minore indipendenza del giudice, perché questi opera su ciò che il PM gli sottopone. Con la riforma si aprirebbe una crepa che non potrebbe essere più controllata, e le rassicurazioni del Governo non possono tranquillizzarci».

La riforma s’ispira al modello portoghese, in vigore da decenni. Che cos’è che non funziona in quel sistema?

«In Portogallo c’è una netta separazione delle carriere, e il PM è inserito in una struttura gerarchica, con a capo il procuratore generale, nominato dal Presidente della Repubblica su proposta del Governo. Questo ha portato ad una magistratura requirente molto burocratizzata, molto attenta ai risultati statistici, come le forze dell’ordine. Non è questo il modello che assicura al diritto di tutti i cittadini».

Qualcuno dice che, più della separazione delle carriere, il cuore della questione sia il modello accusatorio, che una certa magistratura non sembra aver mai digerito.

«L’ ANM non ha mai proposto una revisione delle regole processuali per tornare ad un sistema inquisitorio. E aggiungo che la caratteristica essenziale del sistema accusatorio è la regola del contraddittorio nella formazione della prova davanti al giudice».

Non la parità fra le parti?

«La parità tra le parti esiste già. Aggiungo che, in alcuni casi, parlo di imputati eccellenti, le difese sono molto più attrezzate degli uffici di procura. Non faccio esempi specifici, ma credo che sia chiaro a tutti che la difesa di un personaggio importante, fatto da uno dei principi del foro, spesso non è la stessa che si può assicurare con una difesa d’ufficio a un comune cittadino».

Ma ciò che garantisce la reale parità è la terzietà effettiva del giudice, cioè il suo primato. Qualcosa che, converrà, in Italia è tutto da costruire.

«In realtà la terzietà si trova nell’articolo 111 della Costituzione. Il giudice è soggetto terzo imparziale, come imparziale è il PM, e questa è una garanzia per tutti. Con la separazione e l’assoggettamento all’esecutivo del PM, questi diventerebbe parziale come lo è la difesa privata».

Dotto Maruotti c’è chi critica la riforma dicendo che l’isolamento del PM rischia di farlo slittare in una logica di poliziotto irresponsabile. Lei non crede che l’azione penale in Italia corra in parte già questo rischio?

«Che uno dei possibili effetti della riforma sia quello di isolare il PM ed avvicinarlo ad una logica securitaria tipica delle forze dell’ordine, lo pensiamo anche noi. Che oggi sia già così, io lo escludo, perché il PM condivide con il giudice la comune cultura della prova».

Non di rado però si assiste a inchieste con centinaia di arresti e solo una manciata di condannati. Non viene meno in questi casi il vaglio di terzietà?

«La misura cautelare viene emessa sulla base di gravi indizi di colpevolezza, mentre una condanna richiede prove e un accertamento di responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio. Capirà che i parametri sono diversi. in Italia ci sono il 47% di assoluzioni: il grado di terzietà del giudice mi sembra abbastanza evidente».

Spesso la custodia cautelare diventa una condanna anticipata…

«È fisiologico che l’accertamento che si fa in fase cautelare potrebbe non essere confermato in fase dibattimentale e processuale. Il problema è la lettura giornalistica che si dà della misura cautelare, che viene letta come un’anticipazione di giudizio».

È però, sicuramente, un’anticipazione di pena…

«Ritengo che in alcuni casi sia un male necessario perché serve a interrompere condotte criminose anche gravissime. Poi è chiaramente uno strumento che va utilizzato con cautela e rigoroso rispetto dei limiti normativi. Si potrebbe comunque decidere di alzare ulteriormente la soglia per farvi ricorso».

Ma se il governo modificasse la riforma eliminando il doppio CSM, l’Alta Corte per i procedimenti disciplinari e il sorteggio, se ne potrebbe discutere? A quel punto che rimarrebbe? Una separazione fittizia?

«Oggi i magistrati che passano da una funzione all’altra sono lo 0,3 per cento. Sono 28 mediamente all’anno, quasi tutti colleghi giovanissimi che in sede di prima nomina hanno dovuto scegliere per ragioni familiari una funzione che non era quella per cui si sentivano più portati. Quindi appena possono, dopo tre anni, cambiano funzione per rendere un servizio più utile. Se vogliamo eliminare questa possibilità, non facciamo un favore ai cittadini».

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