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Nello Musumeci, ministro del Mare e della Protezione Civile, ex presidente della Regione Sicilia

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NELLO Musumeci, ministro del Mare e della Protezione Civile, uomo del Sud, ex presidente della Regione Sicilia, da Militello Val di Catania, lo stesso paese di Pippo Baudo, è pacato nei toni ma molto abile a usare le parole per far arrivare i suoi messaggi al posto e al momento giusto. E, in questo caso, gli obiettivi sono due. Il primo è il Sud, che secondo Musumeci dovrebbe smettere di rifiutare a priori tutto quello che va nel segno del cambiamento e accettare la sfida dell’Autonomia. Il secondo è per il Nord, per la sua frettolosa decisione di richiedere subito le deleghe per le cosiddette materie non Lep, quelle cioè, per le quali non bisogna aspettare la definizione, con tanto di assegnazione di risorse, dei Livelli Essenziali delle Prestazioni. A cominciare dalla Protezione civile, dove i rapporti fra Stato e Regione, spiega, sono già regolati dal codice del 2018. Ma nell’intervista al Quotidiano del Sud, Musumeci tocca anche altri temi, dal Piano Mattei alla “blue economy”.

Ministro Musumeci, il Sud sta cambiando pelle. Può diventare il nuovo hub dello sviluppo europeo?

“Il Mezzogiorno cresce. Lo dicono i numeri che confermano una diffusa sensazione di rivincita e di riscossa, dopo lunghi decenni di sterile dibattito sulla Questione meridionale, diventata una gabbia ideologica atta a neutralizzare qualunque spinta costruttiva. Il Sud torna ad essere protagonista perchè l’Italia si è riappropriata del proprio ruolo, quello che la geografia le assegna, “cerniera” fra il continente europeo da una parte e quello africano dall’altra”.

Musumeci, negli ultimi anni è stato il Sud a trainare la crescita del Paese. Non lo dicono i meridionalisti ottimisti ma l’Istat. Eppure, proprio quando ci sarebbe bisogno di maggiore unità nel Paese c’è il rischio di una frattura con la riforma dell’Autonomia…

“Non parlerei di un rischio, perché la frattura c’è da sempre. Se dopo 150 anni parliamo ancora di due Italie, se dopo le abbondanti risorse arrivate prima con il piano Marshall poi con la Cassa per il Mezzogioro e l’Agenzia speciale e infine con i fondi europei, non si è riusciti a creare nel Sud una serie di poli di sviluppo, se gli stessi meridionalisti ammettono la persistenza di un profondo divario fra Nord e Sud, prima di interrogarci su che cosa non funzionerà con l’Autonomia, bisognerebbe riflettere su che cosa non ha funzionato in questi 150 anni senza l’Autonomia. Chi contesta a priori la riforma di fatto assolve le scelte politiche e strategiche del passato e intende congelare le diseguaglianze attuali. Tutto ciò premesso, l’Autonomia differenziata è la logica conseguenza della modifica del titolo V della Costituzione voluta, come è noto, nel 2001 da un governo e da una maggioranza di centrosinsitra”.

Ma ora non si rischia di ampliare i divari? Che cosa deve essere e che cosa non deve essere l’Autonomia dal suo punto di vista?

“L’Autonomia differenziata, così come è stata definita nei suoi pochi articoli che tutto il centrodestra ha votato, è un generoso tentativo di responsabilizzare e premiare le classi dirigenti territoriali più virtuose su attività gestionali e programmatorie che finora sono state svolte in maniera centralizzata da Roma. Se una Regione è virtuosa e chiede 3 o 5 o tutte le deleghe, lo Stato verifica la reale capacità di quella Regione e le affida per dieci anni la gestione di quelle materie. In qualunque momento lo Stato può revocare la delega se la Regione dovesse rivelarsi incapace di gestire quelle funzioni. Il centro di tutto rimane la definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni, con le risorse che devono garantire in maniera equa lo svolgimento dei servizi che si è chiamati a erogare. Quindi in definitiva, quando i meridionali vengono accusati di essere incapaci nell’assicurare servizi efficienti o nel programmare infrastrutture territoriali strategiche e prioritarie, con l’autonomia differenziata possono di dimostrare il contrario. Non ci saranno più alibi, non potremo più dire Roma ladrona, scaricare la colpa sulla burocrazia romana. Credo che mettere in competizione le regioni sia un tentativo per valorizzare la buona politica e fare uscire i bravi amministratori dal limbo di un protezionismo statale che non ha prodotto nulla di buono. Al tempo stesso è chiaro che bisogna lavorare per dotare il Sud di quelle infrastrutture essenziali che gli sono state negate per 40-50 anni”.

Sia sincero. Come ha vissuto, da meridionale, i minuti concitati dell’approvazione della legge alla Camera, con i Confaloni veneti che spuntavano fra gli scranni di Montecitorio?

“Ogni oste dice che il proprio vino è migliore. Niente di nuovo. Io sono convinto che si debba mettere la faccia in quello che si fa. Nessuno è autorizzato a dire che con l’Autonomia differenziata abbiamo risolto i problemi del sottosviluppo nel Sud, ma tutti abbiamo il dovere di provarci, tenuto conto che le ricette applicate finora non hanno dato alcun risultato. Del resto, se il Sud cresce più del Nord negli ultimi mesi significa che un nuovo vento improntato a responsabilità è arrivato anche nelle regioni del Mezzogiorno ed ha coinvolto tanto le nuove classi dirigenti quanto gli imprenditori, che sono e rimangono i veri protagonisti di questo processo di crescita, lento ma inesorabile”.

Non crede che il Nord abbia un po’ premuto sull’acceleratore chiedendo subito la delega sulle materie non Lep? Tra l’altro, una è proprio di sua competenza, la Protezione civile…

“La Protezione civile è già gestita, come scritto nel Codice del 2018, dalle Regioni con competenza concorrente. Quindi Stato da una parte e Regione dall’altra. Come si voglia declinare ulteriormente la delega per la Protezione civile è tutto da vedere. Soprattutto perché ancora oggi, quando una Regione è colpita da un evento estremo, si chiede al Dipartimento nazionale di intervenire non solo sul piano della gestione dell’emergenza ma anche su quello finanziario. A me farebbe tanto piacere se le Regioni assumessero per intero questa responsabilità ma obiettivamente, se per una calamità ci possono volere anche diversi miliardi, dubito che si possa fare. Comunque la legge consente di chiedere e ottenere deleghe senza Lep e le regioni avanzano una richiesta legittima. Ma la politica è fatta anche di valutazioni e di opportunità. Secondo me conviene lavorare prioritariamente alla definizione dei Lep piuttosto che chiedere la gestione delle prime deleghe. Solo per opportunità politica. Ma resta una mia opinione personale. Perché alla fine le scelte saranno adottate dal governo nella sua collegialità”

Musumeci, non teme i referendum o i ricorsi delle Regioni del Sud?

“C’è da restare senza parole. Le regioni che chiedono il referendum sono le stesse che fino a qualche tempo fa chiedevano a Roma la concessione delle deleghe. Per carità, solo i pazzi e i morti non cambiano mai idea. Ma questa la dice lunga sulla coerenza politica di certa classe dirigente. In ogni caso il referendum è il più importante istituto di partecipazione democratica. E quindi noi lo rispetteremo qualora la Corte dovesse ammetterlo. Ci confronteremo anche su questo”.

Torniamo al mondo capovolto che vede il Sud protagonista dello sviluppo: secondo Musumeci, fra le novità c’è anche il Piano Mattei?

“Il Piano Mattei è lo strumento attorno al quale si costruisce un nuovo inedito rapporto di cooperazione internazionale con alcuni Paesi africani. In chiave certamente non predatoria, come tiene a sottolineare il Presidente del Consiglio. Si tenta di recuperare decenni di colpevole distrazione da parte dell’Unione Europea, che non ha mai voluto realmente una seria e concreta politica per il Mediterraneo. Dopo il Muro di Berlino, con il superamento della logica di Yalta, Bruxelles ha guardato a Est e a Nord. Contemporaneamente, gli Stati Uniti da qualche anno si sono allontanati dal bacino euro-afro-asiatico. Il risultato è che abbiamo lasciato il continente africano alle superpotenze post comuniste, la Cina e la Russia. Ecco perché la nuova politica mediterranea voluta dal governo Meloni e non osteggiata dall’Unione Europea, costituisce un significativo elemento di novità. Noi abbiamo bisogno delle materie prime di cui dispongono i Paesi africani e loro hanno bisogno dello sviluppo scientifico e tecnologico di cui si sono dotati i Paesi europei. Su un terreno di pari dignità e pari responsabilità si può avviare una nuova stagione. In questo contesto, anche per ragioni di vicinanza, di prossimità – la Sicilia dista 140 km dall’Africa, quanto Milano-Genova – le regioni del Sud diventano strategiche, sono la naturale piattaforma non solo dell’Italia ma del Continente europeo nel Mediterraneo. E’ chiaro che non basta la geografia per giocare questo ruolo, serve una dotazione infrastrutturale, materiale e non, adeguata, moderna, efficiente. Ed è qui che il nuovo rapporto con il mare può giocare partita”

Si riferisce alla cosiddetta “blue economy”?

“E’ la carta del mazzo che non abbiamo mai voluto giocare in nessuna partita. Il mare, oggi più di ieri, si rivela come la più importante “infrastruttura” che consente il movimento dell’80% del commercio mondiale. Temo che l’Italia non abbia mai voluto cogliere questa opportunità. E per poterlo fare oggi, serve una rete portuale ammodernata, solida, nel contesto di una transizione ecologica che deve fare i conti con una concorrenza agguerrita e con scadenze imposte dall’Ue assai sfidanti e alcune volte impossibili, dettate dal fanatismo ambientalista che supera il limite della logica e della scienza. Ecco perché le regioni del Sud stanno riscoprendo il valore dell’economia blu, che mette insieme otto filiere, dalla cantieristica al turismo da diporto, dalla crocieristica alla movimentazione delle merci e dei passeggeri, dalla biologia marina ai servizi di ricettività e di ristorazione, dal settore ittico alle attività sportive. Sono filiere che crescono, che registrano per la loro stessa natura un alto tasso di occupazione e che hanno bisogno di essere sostenute e coordinate. Questa è la funzione del Cipom, il Comitato interministeriale per le politiche del mare, che ho l’onore e l’onere di presiedere. L’augurio è che questo nuovo approccio con la risorsa Mare possa crescere nelle istituzioni territoriali. Regioni provincie, comuni autorità di sistema portuale debbono dialogare e tornare alla cultura della programmazione, perchè purtroppo spesso al Sud non è il denaro pubblico che manca ma la forza di progettare e di aprire cantieri”.


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